HALLOWEEN: LA
TRADIZIONE CHE NON MUORE

Anno dopo anno, da circa un lustro, anche nel
nostro paese si celebra con crescente intensità la festa di Halloween, nella
notte tra il 31 Ottobre e il 1° Novembre. Il clamore mediatico che la precede
non è ancora eccelso, ma i locali che organizzano l’evento, per lo più tarato
su un target clientelare di giovane età, non hanno di che lamentarsi. Del resto
ogni occasione è buona per una serata allegra ed è difficile far fiasco con
qualcosa “Made in USA”. Molti, infatti, pensano che Halloween sia stata
importata dagli USA e ovunque è possibile scorgere schiere di giovanissimi che
acquistano maschere, costumi, interi arsenali di gadget, a cominciare dalle
classiche zucche, senza chiedersi minimamente il significato che li lega
all’evento. Halloween si è trasformata in una delle tante celebrazioni ludiche,
sfruttata per produrre ricchezza grazie alla voglia di divertimento
tout-court. Nelle discoteche, nei
ristoranti, negli alberghi, i soliti “organizzatori” con codazzo di PR,
propinano “serate fantastiche” con… polpette e rigatoni e l’immancabile
piano-bar con musica rigorosamente italo-napoletana, o il solito disk-jokey con
la solita disco music. Insomma tutto ciò che accade normalmente, con la
variante di maschere carnevalesche e qualche ferma-oggetti a forma di zucca,
tanto per creare un minimo di atmosfera.
Lino Lavorgna, che i nostri lettori già conoscono grazie alla recente intervista sul film “King Arthur”, osserva con sarcastico distacco questo bislacco fenomeno di costume, senza intervenire quando se ne parla, ben consapevole che con le mode imposte non v’è gioco e le sue argomentazioni troverebbero terreno poco fertile, specialmente in chi ha solo voglia di divertirsi, senza chiedersi troppi perché.
Noi, invece, i perché ce li chiediamo e siamo
anche in grado di tenere fermo su una poltrona “il cavaliere errante” per
chiarirci le idee.
Halloween
non è una festa americana, vero?
Per la verità io non so se esista qualcosa che
possa essere considerata autenticamente “americana”, o per meglio dire
“statunitense”. Di sicuro non lo è Halloween, che affonda le sue radici nella
tradizione Europea ed è una delle quattro feste celtiche più importanti. In
origine si chiamava Samhain, ossia “Riunione”, nell’antica lingua Gaelica.
Come
nasce il termine Halloween?
L’amore per la natura era così forte tra i
CELTI, che le quattro principali festività sono giunte sino a noi sopravvivendo
a secoli di persecuzioni, prima da parte dell’esercito Romano e poi della
Chiesa Cattolica. Quest’ultima, ben rendendosi conto quanto sarebbe stato
difficile sradicarle, le incorporò nella nuova religione, trasformandole in
feste cristiane. Halloween, così, diventò la “Vigilia di Ognissanti” – “All
Hallows’ Eve”.
Qual è
il significato recondito della festa?
La Festività coincide con il Capodanno
Celtico. La Terra si riposa per una rinnovata fertilità e inizia un nuovo
ciclo. Samhain è un lasso di tempo in cui gli spiriti possono mischiarsi agli
esseri umani, rendendo molto sottile il velo che ci separa dall’Altromondo. I
defunti possono ritornare sulla Terra e ricongiungersi ai loro cari. Hanno così
luogo tutti quegli avvenimenti magici e leggendari che costellano la mitologia
irlandese e gallica: fate, folletti, ninfe dei boschi, conoscendo il futuro, lo
rivelano ai mortali attraverso particolari rituali.
Attraverso il varco tra spazio e tempo, però,
possono introdursi nel mondo terreno anche le forze del male: gli Dei e gli
antenati proteggono i mortali, scacciandole.
Samhain era anche una festa pastorale mirata
ad ottenere la fertilità della Tribù, placare la morte e le forze maligne, per
far piacere agli Dei e creare una netta distinzione tra i divertimenti
dell’estate e le asprezze dell’imminente inverno.
I Druidi, ossia le autorità religiose
Celtiche, durante la notte di Samhain facevano spegnere ogni fuoco all’interno
delle case e dei villaggi e ne accendevano uno nuovo, dal forte significato
simbolico. Dei messaggeri portavano le nuove fiamme in tutte le abitazioni del
territorio e intorno ai fuochi si commemoravano i defunti, cocendo castagne e
bevendo vino. Anche in questo caso la Chiesa cattolica si è impadronita della
“ritualità”, istituendo la commemorazione dei defunti il 2 novembre. E sempre
dalla tradizione Celtica si perpetua il rito di accendere dei lumini in
prossimità delle tombe, così come il portare le strenne ai parenti proprio nel
giorno dei defunti, cosa che avviene in molte città europee ed anche nella tua
splendida Napoli.
Hai
parlato di castagne e vino: un’alimentazione parca.
Tutt’altro. Quanto asserito è solo una parte.
Per tutto l’arco della festa si banchetta, in abbondanza, con i cibi semplici e
deliziosi della cucina irlandese. Piatto tipico è il “colcannon”, ossia “cavolo
chiazzato”, fatto con puré di patate, cavolo tritato e cipolla, servito
caldo con molto burro.
Che cosa
vuol dire “dolcetto o scherzetto”?
E’ la traduzione di “Trick or treat?”,
l’allegro quesito posto dai bambini americani quando vanno in giro per le case,
ottenendo dolcetti e caramelle per evitare che facciano scherzi. Se non
ricevono niente, possono giocare un brutto scherzo ai proprietari di quella
casa, come svuotare la pattumiera nel giardino o attaccare lattine vuote al
tubo di scappamento dell'auto. Tra il 1845 e il 1850, a causa di una malattia
che devastò le coltivazioni di patate, circa 700.000 Irlandesi emigrarono in
America, portando con sé le loro usanze, tra cui anche quella di festeggiare
“Samhain”. Oggi è soprattutto una festa dedicata ai bambini, che si travestono
da streghe, mostri, diavoli, vampiri e girano di casa in casa dicendo la famosa
frase “Trick or treat?”. Ma anche questo rito deriva dall’antica tradizione di
fare offerte ai defunti per la loro Festa: a volte i doni si lasciavano sulle
tombe, altre a chi impersonava i Morti recandosi nelle case per una questua
rituale.
Il "trick-or-treat", tuttavia, non
ha origine dai Celti ma da una pratica europea del nono secolo d.C., chiamata
in inglese "souling", che
potremmo tradurre in italiano come "elemosinare
anima". I Cristiani vagavano di villaggio in villaggio elemosinando "pane d'anima", un dolce fatto
con l'uva passa, come il nostro "pane ramerino". Quanti più dolci
ricevevano, tante più preghiere avrebbero rivolto a Dio, per i parenti defunti
dei donatori. Allora si credeva che i morti rimanessero nel limbo per un certo
periodo dopo la morte e che le preghiere potessero rendere più veloce il
passaggio in paradiso.
Molti
costumi di Halloween riportano a Jack-O-Lantern raffigurato a mo’ di zucca. Chi
era costui?
La tradizione di Jack-o-lantern deriva dal
folklore iralndese. Un uomo di nome Jack, noto baro e malfattore, ingannò
Satana: nella notte d’Ognissanti lo invitò a scalare un albero sulla cui
corteccia incise una croce, intrappolandolo tra i rami. Jack fece un patto col
diavolo: se non lo avesse più indotto in tentazione lo avrebbe fatto scendere
dall'albero. Alla sua morte gli venne impedito di entrare in paradiso a causa
della cattiva condotta avuta in vita, ma gli venne negato anche l'ingresso
all'inferno, avendo ingannato il diavolo. Satana gli offrì solo un piccolo
tizzone per illuminare la via nella tremenda tenebra che lo attorniava. Per far
durare più a lungo la fiamma Jack scavò un grosso cavolo rapa e ve la pose
all'interno. Gli irlandesi, in origine, usavano i cavoli rapa, ma quando
arrivarono negli USA scoprirono che le rape americane erano piccole. Le zucche,
invece, erano più grosse e più facili da scavare. Ecco perché Jack-o-lantern è
una zucca intagliata, al cui interno è posata una lanterna.
Oggi
Halloween, o Samhain come dici tu, ha perso il suo alone magico-simbolico. Non
pensi che bisognerebbe spiegare meglio cosa rappresenta e soprattutto la sua
appartenenza alla nostra realtà continentale?
E cosa stiamo facendo, anche grazie a te? Ma
bisogna procedere con calma: la materia è troppo vasta e complessa affinché
possa essere propinata nella sua interezza. Non si tratta di parlare solo di
Samhain, ma di tutto il “Celtismo” che caratterizza l’intero continente e che
potrebbe costituire l’unico vero collante per una “reale” unione. E non è
impresa facile. In Italia, poi, è bene dirlo, cozziamo con una realtà
sconvolgente: la superficialità. A parole vogliamo sembrare cosmopoliti,
aperti, “Europei”, ma in realtà siamo intrisi di nazionalismo, che spesso sfocia
nel provincialismo, permeato da una subliminale voglia di emulare le mode
statunitensi. Siamo dei finti europeisti. (Eufemismo per non dire “falsi”). Gli
Irish Pub li trovi ovunque e Roma, ad esempio, è al secondo posto in Europa per
numero di locali. Ma prova a frequentarli: vi è da mettersi le mani nei
capelli. Tranne rare eccezioni, trovi solo “apparenza”, tanto da parte di chi
li dirige quanto da parte di chi li frequenta.
Il recupero delle nostre radici è senz’altro
molto importante, perché ci consente di confrontarci in modo adeguato con il
resto del mondo. Senz’altro senza alcun complesso d’inferiorità, ma,
soprattutto, senza quell’ancora più deleterio “complesso di superiorità”, che
ci rende solo ridicoli.
Francesco De Marco